GALLIPOLI, SALVAGUARDIA DEL MARE NOTA DEL SINDACO STEFANO MINERVA
Comunicato Stampa
“In un’ottica di salvaguardia del nostro territorio e delle acque marine antistanti le coste di Gallipoli ritengo sia indispensabile attuare misure di tutela che proteggano le zone di riproduzione delle specie pelagiche e demersali, oggi messe a serio rischio da pratiche di pesca industriale non sostenibili. Le evidenze scientifiche, facilmente reperibili in pubblicazioni specialistiche, dimostrano come, in particolari periodi dell’anno, la maggior parte della fauna ittica si concentri in branchi massivi composti da centinaia di migliaia di esemplari sessualmente maturi. È proprio in questi momenti delicati, fondamentali per la riproduzione, che intervengono le navi della grande pesca industriale, dotate di mezzi tecnologici e reti di circuizione meccanizzata, con prelievi che non rispettano i reali limiti biologici degli stock territoriali e che non sono in alcun modo sostenibili nel breve e nel lungo periodo.
Il fenomeno non riguarda soltanto la ricciola (Seriola dumerilii), oggi particolarmente ricercata, ma anche altre specie pregiate: tonno rosso (Thunnus thynnus), alletterato (Euthynnus alletteratus), tombarello (Auxis rochei), alalunga (Thunnus alalunga), palamita (Sarda sarda), dentice (Dentex dentex), orata (Sparus aurata), calamaro comune (Loligo vulgaris). Questa pratica incide pesantemente non solo sugli stock ittici, interrompendo un anello fondamentale della catena alimentare marina, ma anche sull’economia locale della piccola pesca professionale, che anno dopo anno si trova di fronte a un mare impoverito e a un’attività sempre meno sostenibile. La pesca industriale, infatti, non contribuisce minimamente alla filiera economica del territorio,dal momento che le catture non vengono trasformate o commercializzate a livello locale.
A ciò si aggiungono i danni collaterali: catture accessorie di specie non bersaglio, compromissione dei fondali marini causata dal trascinamento delle reti al di sotto delle isobate consentite, abbandono di attrezzature in mare che trasformano le reti in trappole mortali per la fauna e l’ecosistema.
Non va dimenticato che il quadro normativo attuale presenta criticità. L’art. 108 del DPR 1639/68 consente l’uso della luce artificiale per attrarre i pesci già ai 30 metri di profondità, ma permette di calare le reti soltanto oltre i 50 metri. In aree a morfologia complessa, dove il passaggio fra le isobate è ridotto, questa “svista legislativa” di fatto agevola la pesca in zone vietate, aggravata dall’uso della pasturazione per spingere i branchi fuori dalle batimetriche protette. Soprattutto, la normativa vigente appare ormai obsoleta, perché concepita in un periodo in cui i mezzi tecnici e tecnologici, come sonar e radar, non erano ancora sviluppati come oggi. Le attuali strumentazioni rendono invece possibile individuare con estrema facilità i branchi in riproduzione, con il conseguente rischio di cattura indiscriminata e di grave danno per la biodiversità marina.
Per affrontare in maniera seria e strutturale questa emergenza servono due azioni prioritarie. La prima è l’intensificazione dei controlli da parte delle autorità competenti, accompagnati da sanzioni per chi adotta comportamenti illegittimi. La seconda, ancora più strategica, è l’istituzione da parte del Ministero delle Politiche Agricole di una Zona di Tutela Biologica (ZTB), che dall’isobata dei 50 metri si estenda per due miglia marine oltre, almeno durante il periodo riproduttivo delle specie. Una misura di questo tipo, se condivisa da operatori istituzionali, scientifici e associativi, può davvero favorire la salvaguardia e lo sviluppo dell’ecosistema. Solo così potremo garantire la salvaguardiadelle nostre acque, la sopravvivenza della piccola pesca e il futuro delle generazioni che meritano di vivere in un mare sano e produttivo”.

